Museo internazionale e
biblioteca della musica di Bologna

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Nel 1729, padre Martini viene consacrato sacerdote; da allora, la sua vita si svolgerà perlopiù nel convento bolognese, anche per via delle cagionevoli condizioni di salute. In S. Francesco egli riceve però frequenti visite: per sua stessa ammissione, «senza uscir di cella» conversa «con più di uno di certi maestri ...». La sua fama infatti non tarda a diffondersi in Europa e, come documentano le circa 6000 lettere conservate in biblioteca, egli intratteneva rapporti con insigni colleghi ed eminenti personalità politiche e culturali.

Dalle numerose lettere martiniane emergono anche tratti dell’affettuoso rapporto con gli allievi, che nel corso del Settecento giunsero a Bologna un po’ da tutt’Europa: per alcuni, che studiarono alla sua scuola solo per qualche settimana (tra gli altri, Nicolò Jommelli, Wolfgang Amadé Mozart, André Grétry), il dotto teorico fu anzitutto il fautore nell’ottenimento della patente di Filarmonico, ossia l’aggregazione nell’Accademia bolognese che dal 1666 regolava la vita musicale della città, mentre altri si trattennero per anni, e impararono passo passo, sotto la sua guida, tutti i segreti del mestiere.

Tra gli allievi d’eccezione figura l’ultimo figlio maschio di Bach, Johann Christian (1735-1782), il cui ritratto di Thomas Gainsborough domina la sala, giunto in Italia nel 1754 nemmeno ventenne. Grazie al suo patrocinatore, il conte milanese Agostino Litta, egli poté completare la sua formazione di compositore con padre Martini, e anche dopo aver assunto il ruolo di secondo organista nel Duomo di Milano, continuò a sottoporre numerosi suoi pezzi al giudizio del maestro, avviando una sorta di “scuola di contrappunto” per corrispondenza.

Ha ormai del leggendario la vicenda dell’esame d’ammissione nella classe dei compositori dell’Accademia Filarmonica sostenuto il 9 ottobre 1770 da Wolfgang Amadé Mozart (1756-1791), allora quattordicenne. L’aneddoto è noto: mentre assiste alla prova d’esame, Martini fa ricopiare al promettente giovane il compito d’esame, un’antifona a quattro voci su canto fermo («Quaerite primum regnum Dei»), dopo averlo riscritto egli stesso in uno stile “osservato” che passasse al vaglio della commissione giudicatrice.

Nell’attestato finale, il Francescano giustifica (in segreto) il proprio gesto: «avendo avuto sotto gli occhi alcune composizioni musicali» dell’allievo, e avendolo «più volte ascoltato suonare il cembalo, il violino e cantare, … con mia singolar amirazione l’ho ritrovato versatissimo in ognuna delle accennate qualità di musica».

 

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